Le vie dello shopping natalizio sono infinite

Tra un tracollo finanziario, un bluff economico, un’ulteriore sciorinata di populismo e demagogia in televisione, siamo arrivati al Santo Natale e quasi non ce ne siamo accorti.

Avete anche voi i vostri nipotini, amici, amiche, familiari a cui dovete versare il tributo natalizio. Oltre il sacrificio animale rivolto ad un dio, sempre più lontano e sconosciuto, fatto di carne, involtini, sughi, bistecche e resti di poveri animali, allevati con mangimi chimici, violentati nel fisico e nella psiche e trasformati in cadaveri per alimentazione, ogni “iTagliano medio-cre” è obbligato a trovare regalini da mettere sotto l’albero. Secondo me ci sarebbero alcuni regali da “appendere” all’albero: mi riferisco a MarioMorti, alla Frignero, ma anche ai due pirla che fanno finta di essere l’uno l’alternativa dell’altro: Berlusconi e Bersani. (n.d.r. pagliacci)

Ma ritorniamo al nostro shopping natalizio.

Avete anche voi preso le vostre carte di credito e siete partiti per il centro cittadino o il centro commerciale alla ricerca del regalo perfetto. Dopo aver consumato una quintalata di CO2 e carburante alla ricerca del parcheggio, la prima meta è il caffè al bar. Nonostante tutta la buona volontà non riusciamo ancora a capire perchè lo stesso e identico caffè che a casa ci costerebbe circa 28 centesimi di euro (conti alla mano), che al bar di periferia ci costa 60/70 centesimi, al bar in centro ci costa da 1 euro ad 1 euro e 20. Solo perché è di tendenza? L’unica tendenza che vorrei vedere è quella della corda intorno al collo dei personaggi descritti poco fa.

Finito il caffè (con dell’ottimo zucchero semolato sbiancato con solventi chimici cancerogeni), ci tuffiamo nel marasma di gente che crea quel mare magnum di panta-collant, pellicce, occhiali firmai, scarpe fatte dai bambini in Oriente, profumi improponibili a 800 euro al litro, snack a base di olio di palma e sigarette (tutte americane, s’intende!).

Avete provato a non guardare le vetrine e ad osservare la gente?

Un film di Romero sarebbe più rilassante, altro che zombi. Guardate le ragazzine, immature consumatrici, che con il loro iPhone continuano a parlare con chissà chi e a descrivere maglioni, scarpe, colori, inutili oggettini colorati. Tutte sono nervose e nevrotiche, sono tutte agitate ed eccitate, ridono a denti stretti e sembra che abbiano seri problemi di mobilità oculare.

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Quando entrano in un negozio, e lo fanno senza nemmeno vedere l’insegna, iniziano a prendere in mano qualsiasi cosa, a ponderare, ad osservare, a memorizzare. Toccano, accarezzano, soppesano. Dopo alcuni secondi è tutto cancellato. Te ne accorgi perché dopo una decina di minuti torneranno allo stesso posto di prima a fare le stesse azioni. Girano nel negozio, salgono e scendono scale, si guardano negli specchi. Se provi ad interrogarle all’uscita del negozio su quello che hanno visto, ricordano poco e niente. Al massimo ti diranno che hanno visto un’orologio me-ra-vi-glio-so che non c’entra un cazzo con il motivo per cui sono entrate in quel negozio di jeans.

Lo chiamano shopping compulsivo o sindrome da acquisti compulsivi. Nel 90% dei casi si tratta di donne vulnerabili, con bassa autostima, scarsa resistenza alla frustrazione e tendenza alla depressione.

Inutile dire che oltre alla bulimia e l’anoressia, questa è una delle distorsioni psichiche che colpiscono le ragazze tra i 15 e i 25 anni. In altri casi allo shopping compulsivo si associano disturbi dell’umore, abuso di sostanze, disturbi d’ansia e incapacità di controllare gli impulsi. Quello che caratterizza tutte le compulsioni è l’urgente bisogno di soddisfare una necessità immediata che serve a riempire un vuoto, diverso da un desiderio cui si aspira ma senza perdere il controllo. In psicologia, il rapporto distorto con lo shopping è quindi visto come il segnale di un disagio esistenziale più profondo. La nostra identità si basa sulle relazioni con gli altri , ma quando siamo in ansia o ci sentiamo depressi possiamo avere la tentazione di sostituire  le  relazioni con gli oggetti, che sono più facilmente controllabili, non ci rifiutano e non ci deludono. Nell’ambito della ricerca in psicoterapia ci sono infatti dati che dimostrano che dove ci sono relazioni umane soddisfacenti c’è meno consumo.

Allora, dico io, se ci consideriamo persone normali, se abbiamo a disposizione i mezzi per poter interagire, se abbiamo la scuola che ci aiuta, se la conoscenza ha abbattuto le barriere sociali, come mai i ragazzi vivono questo dramma.

Pantagrueliche, panterone e pantegane

Queste sono le categorie di elementi femminili che sono riuscito ad individuare e che riempiono per il 90% le vie dello shopping natalizio. Proverò a descrivere queste categorie, non senza un pizzico di cattiveria che servirà a farmi sfogare (grazie per la pazienza)

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Pantagrueliche: Pantagruel insieme a Gargantua erano i personaggi di un romanzo del 500 scritto da Rabelais. Dei due era il più insaziabile, pronto a divorare qualsiasi cosa che fosse masticabile dalle sue mascelle e a bere qualsiasi intruglio. Questo suo smisurato senso di fame lo portava ad essere un organismo gigante individuabile in lontananza. Detto questo immaginate quante ragazze, senza alcun senso di educazione alimentare, ho visto fare acquisti natalizi. Ma attenzione, non si tratta di soggetti colpiti da forme di diabetismo alimentare, ma piuttosto ragazzotte, alimentate a plasmon durante l’infanzia, che sfogano le loro ansie con l’assunzione di cibo-spazzatura. Mentre passeggiano continuano a mangiare gelati, patatine, caldarroste, pop-corn e bere cocacole, aranciate, redbull. Mentre le guardo non riesco a pensare al loro corpo come un ideale femminile, ma piuttosto come ad un serbatoio di gas metano.

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Panterone: anche se ritengo un offesa verso i felini a cui si fa riferimento, il termine panterona è nato nei primi anni duemila e designa l’immagine di una donna che avendo superato l’età della menopausa e avendo un coniuge ormai interessato solo ai giochi di borsa e alle borse dell’acqua calda, sognano il toy-boy con cui concupire, magari in un ascensore o in un pied-a-terre di fortuna. In America, dove è nato l’appellativo di urban-cougar, viene anche sostituito con il termine “mangiatrice di uomini”. Adesso provo a darvi una descrizione sommaria di questo tipo di “animale”. In genere ha superato i 45 /50 anni, indossa una pelliccia oppure veste total-black, con tacchi alti, talvolta a spillo, e preferibilmente con stivali al ginocchio. In genere hanno la sigaretta tra le mani o tra le labbra e il trucco “pesante”. Nella maggior parte dei casi hanno occhiali scuri (forse per non farsi riconoscere) e non ridono mai. La voce è impregnata di catarri e i denti (terribilmente falsi) sono tutti perfetti e bianchi. Orecchini, braccialetto e collana rigorosamente in oro. Se hanno chiavi in mano sono generalmente di un auto nuova.

Ma l’elemento che maggiormente turba le persone che incontra sono lo sguardo e le labbra. La maggior parte degli uomini che seguono come cagnolini le proprie compagne, sono troppo impegnati a scansare ostacoli e a portare pacchi e confezioni di regali e così non riescono a riconoscerle. Ma coloro che sono liberi da impegni natalizi o gli attenti osservatori, li riconoscono all’istante e li marchiano per la caccia.

Pantegane: nell’immenso universo delle figure umane, la pantegana occupa il posto più importante nella evoluzione del mondo femminile. A metà tra la panterona e il sex-symbol, la pantegana si occupa della distrazione di massa. Il suo modo di vestire, di guardare, di camminare, di ridere, di parlare, di acconciarsi i capelli, di fumare è tipico della sua figura.

Non sono qui a disdegnare la figura femminile che, a mio parere, potrebbe rappresentare un valido rimedio all’umana sofferenza per come riesce a mediare le esigenze spirituali e quelle materiali. Non dimentichiamoci che tutti noi abbiamo sempre come riferimento nei momenti difficili della nostra vita la figura di nostra madre. La stessa espressione “mamma mia” indica un collegamento tra il mondo del reale e quello dell’immaginifico. Lo stesso legame che esiste tra l’uomo e la donna non è altro che un sentimento materno di procreazione.

Il vedere degradato e offeso il ruolo della donna nella società civile, attraverso stereotipi commerciali non rende onore a questo elemento basilare nella catena sociale. Copertine di giornali, cartelloni pubblicitari, immagini televisive e cinematografiche ci mostrano una donna fragile, delicata, dedita a qualsivoglia debolezza umana. Labbra “pompate” e rosse, visi “photoshoppati”, capelli di seta truccati, gambe sempre più lunghe e sempre più aperte, fondo schiena in primo piano. E’ davvero questa l’immagine della donna che vogliamo?

E’ chiaro e lampante che popolazioni maschili di paesi come l’Afghanistan, l’Iran, e altri dello stesso bacino religioso, avendo avuto un impatto mediatico improvviso della donna occidentale, credono che tutte le donne occidentali possano essere “di facili costumi e prezzi modici”. Lo stesso effetto si ebbe durante i primi anni 80 quando iniziò lo sbarco clandestino di migliaia di albanesi sulla costa pugliese perché attratti da quello che la televisione italiana trasmetteva al loro immaginario. Vedere gli “iTagliani” tutti contenti, allegri, con macchinoni, case belle e pulite, negozi bellissimi, veline, presentatrici, telefilm, il tutto condito da scene di vacanze sulla neve, vacanze al mare, bambini biondissimi e bravissimi….per i nostri amici albanesi la nostra terra gli sarà sembrata la Terra Promessa.

Allora decidiamoci

Qual’è l’immagine che vogliamo trasmettere ai nostri figli, quali valori siamo riusciti ad inserire tra le loro priorità? Facciamo un’analisi veloce: cosa preferiscono di più l’acqua o una bevanda gasata o imbustata? A cosa ambiscono nella vita al denaro o alla felicità? Cosa indossano i nostri figli normale abbigliamento o hanno anche le supposte per la febbre firmate da uno stilista? Cosa pretendete da loro? La vera apocalisse la state creando voi. Il declino del nostro pianeta lo volete voi. La fine del genere umano è una opera vostra.

Negli ultimi 150 siamo riusciti a creare tutti i mezzi possibili per danneggiare l’ambiente, schiavizzare popoli, produrre guerre e armi, distruggere ecosistemi, cementificare terre incontaminate. Abbiamo creato la felicità nel possesso di un auto, di un telefonino. Lo “stato” ci ha insegnato che tutto debba essere governato dal denaro. Ecco perché qualcuno può aver creduto in Berlusconi e, nelle prossime elezioni, crederà in Bersani. Sono tutti figli illegittimi del denaro. Abbiamo imparato ad amare le cose e ad usare le persone (una frase molto ricorrente sulla rete, ma scarsamente utilizzata).

Ed ecco che il Natale non è la ricerca di noi stessi e dei rapporti con i nostri cari, i nostri vicini, i nostri colleghi, i nostri “nemici”. Ma è la disperata ricerca del regalo di Natale, della bistecca meno cara, delle costate di agnello a meno prezzo, del panettone da 2 euro, dello spumante che costa meno dell’acqua minerale.

Mi fa schifo e ribrezzo tutto questo, ma se lo stesso simbolo della cristianità è fatto di luci, colori, palle dorate e mitra preziosi, come possiamo pretendere di desiderare maggiore spiritualità. Adeguiamoci anche noi e la sera di Natale andiamo tutti a puttane, magari minorenni rumene o nigeriane e dimostriamo il nostro amore chiedendo prestazioni superiori e pagandole abbondantemente.

Scusatemi lo sfogo, ma lo schifo è troppo.

Buon Natale a tutti.

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