Il Nobel per l’economia Stiglitz canta il De Profundis all’euro

E’ stato passato sotto silenzio (come al solito) dai grandi giornali italiani il testo di una intervista, rilasciata da premio nobel Joseph Stiglitz al giornale tedesco Die Welt, in cui l’esperto economista ha testualmente dichiarato: “Esisterà una zona Euro nell’arco di 10 anni ma è poco probabile che possa contare ancora di 19 membri e risulta difficile prevedere chi vi rimarrà”, nella stessa intervista Stiglitz ha imputato a questa moneta ed alla Germania la responsabilità del ristagno dell’economia del vecchio continente.

Stiglitz ha segnalato in particolare che in Italia “la gente si trova sempre più delusa dall’euro” e che “gli italiani si sono rendono ormai conto” che il loro paese non funziona con questa valuta.


“Potrà esistere  fra dieci anni una zona euro me è poco probabile che potrà contare con 19 membri, per quanto risulta difficile prevedere chi vi permarrà “, ha detto Stiglitz , premio Nobel per l’economia nel 2001.

L’economista assicura che la Germania  ha già accettato l’idea che la Grecia rinunci a rimanere nella zona euro e consiglia il paese ellenico ed il Portogallo di abbandonare quanto prima l’area euro e ritornare alle proprie monete.
Stiglitz, che è stato il principale economista della Banca Mondiale, ha duramente criticato la politica di austerità imposta dalla Germania e la mancanza di solidarietà europea nel momento di risolvere i problemi economici comuni.
Così che Stiglitz nella stessa intervista considera che la migliore soluzione per dare impulso all’economia dell’Unione Europea sarebbe quella di dividere l’euro in due monete diverse: una destinata ai paesi del nord Europa e l’altra per quelli del sud Europa.

Lo stesso Stiglitz, poco tempo prima in altra intervista al “Nouvelle Observateur”, aveva dichiarato di condannare le politiche europee di austerità (comprese quelle di Hollande), la flessibilità senza protezioni nel mercato del lavoro, e aveva sostenuto che uscire dall’euro è meglio che seguire politiche suicide.
Ad una domanda dell’intervistatore: ” Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa della crisi europea e delle misure di rigore e di austerità che i leader della zona euro  fanno passare come le sole e uniche soluzioni per superare questa crisi”;

Joseph Stiglitz aveva risposto : “L’austerità non è la soluzione. Non permette ai governi di aiutare le imprese a passare dalla vecchia alla nuova economia. Al contrario, essa limita le possibilità di sostegno.

Ora l’economia in Occidente sta passando dall’industria ai servizi: l’istruzione, la sanità, la cultura, il turismo, ecc. La cosa interessante è che tra questi settori, molti sono pubblici. Questo è il motivo per cui avremo sempre più bisogno dei nostri governi, ancora più che per l’industria, che già richiedeva l’intervento dello Stato. Il settore pubblico non deve solo dirottare il suo sostegno verso i nuovi settori, ma deve anche rafforzarlo.

Ad esempio, negli Stati Uniti, spendiamo troppi soldi per la difesa. Produciamo molte armi che non servono a combattere contro tutti questi nemici che non esistono. E’ spreco di denaro. Si finanziano anche molto le imprese, invece che i dipendenti. Sono degli esempi. È possibile riorientare la spesa verso quello che serve a rafforzare l’economia del futuro.

Intervistatore: “In Francia, la crescita ha subito un rallentamento, ma François Hollande ha annunciato tagli alla spesa e aumenti delle tasse che peseranno sulla crescita, per raggiungere gli obiettivi europei. Secondo lei ci sta portando nel precipizio”?

Joseph Stiglitz: “Limitare il disavanzo strutturale, come previsto dai trattati europei, funziona quando si è in piena occupazione, ma non quando si è in una fase di recessione. E’ irresponsabile cercare di avere un bilancio in pareggio o addirittura un disavanzo strutturale al 3% in una economia debole.
Penso che la decisione di François Hollande avrà conseguenze molto negative. L’austerità conduce alla recessione. L’austerità in Spagna ha portato alla depressione.

I leader europei tuttavia continuano a dire che la crescita è necessaria. E’ quello che continuano a ripetere da anni, ma non hanno proposto nulla di concreto in questa direzione. Ci sono stati alcuni progressi, ma arrivano molto lentamente e non saranno sufficienti.
Ad esempio, avete rafforzato la Banca europea per gli investimenti per consentirle di fare più investimenti. Ma la misura di ciò che viene proposto è troppo scarsa. Non sarà sufficiente a compensare i danni dell’austerità.”

Intervistatore: “Non c’è un altro modo per rilanciare l’economia? Se è così, perché i capi di Stato europei insistono in questa direzione”?

Joseph Stiglitz: “Il grande errore degli europei, e della Germania in primo luogo, è che fanno unadiagnosi sbagliata del problema. Essi credono che la crisi derivi da un atteggiamento troppo spendaccione. Ma l’Irlanda e la Spagna prima della crisi erano in surplus . Non sono state le spese a mandarle a fondo.
E’ la crisi economica che ha causato il deficit, non il deficit che ha causato il rallentamento. Introdurre una maggiore austerità non farà che esacerbare la crisi. Ma i leader europei non lo capiscono”.
Alla fine l’intervistatore chiede cosa bisogna fare e quali siano le soluzioni.

Joseph Stiglitz:” L’area dell’euro soffre principalmente di un problema di regole, e i dirigenti non se ne occupano. Devono farlo. Essi devono:

mettere in comune i debiti;

implementare un sistema finanziario comune;

armonizzare le imposte;

modificare il mandato della Banca Centrale Europea, che si concentri non solo sull’inflazione, ma anche sull’occupazione, la crescita e la stabilità finanziaria.

Sono riforme da pianificare ed eseguire molto rapidamente, perché l’Europa è in declino e tutto ciò è costoso in termini di disuguaglianze e di erosione del capitale umano. I giovani devono cercare di costruire le proprie abilità ma passano il loro tempo come disoccupati, cadendo nella disillusione e nell’isolamento.

Intervistatore: “Qualcuno ha detto che la cosa migliore per l’Europa è rifondarsi senza la Germania (parafrasando un po’). Lei è d’accordo con questa diagnosi”?
Joseph Stiglitz: “Credo che abbia ragione quando dice che la Germania deve gestire, prendere in mano l’eurozona”, oppure uscirne.

L’economista  sottolinea che, se la Germania lasciasse l’eurozona, questa si troverebbe probabilmente in condizioni migliori. Perché l’euro sarebbe meno apprezzato. “Diventereste più competitivi, aumentereste le esportazioni, e sarebbe un bene per la vostra economia”.

Intervistatore: “Cosa ne pensa dell’idea proposta da alcuni economisti (non necessariamente vicino al FN) di uscire dall’euro per uscire dalla crisi”?

Joseph Stiglitz: “Ci sono vantaggi e svantaggi ad avere un grande mercato come l’Europa. Ma se non lo si può riformare, io non credo che sia poi così male tornare alle vostre vecchie monete.

Le unioni monetarie spesso durano soltanto un breve periodo di tempo. Ci proviamo, e o funziona o non funziona. Il regime di Bretton Woods è durato trent’anni. L’Irlanda ha ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito e ha creato una propria moneta. Quando succede è un grande evento, ma succede. Ed è possibile.

L’idea che sarebbe la fine del mondo è sbagliata. Sarebbe un periodo molto difficile, ma la fine dell’euro non sarebbe la fine del mondo”.

Guardate la Spagna: il paese è in depressione, la metà dei giovani sono disoccupati. E cosa offre l’Europa? Aiuto, ma a certe condizioni. E queste condizioni sono basate proprio sugli stessi principi che hanno portato la Spagna alla depressione. Questa è la cura che uccide il paziente! Dire “Vi aiuterò, ma prima dovete suicidarvi”, non dà molte speranze.

Intervistatore: “Delle forme di protezionismo, per esempio in materia di criteri sociali e ambientali, non potrebbero stabilizzare l’economia globale e incoraggiare i paesi che praticano il dumping sociale e ambientale come principale strategia economica a convergere verso dei modelli più rispettosi della natura e degli uomini”?
Joseph Stiglitz:” Imporre il protezionismo sarebbe un errore, perché si importa e si esporta. Se non importate più, gli altri paesi non compreranno le vostre merci. Quindi questa non è la direzione giusta da seguire.

Se si ha un tasso di cambio flessibile, invece che una moneta comune, è possibile regolare il cambio per rendere i propri prodotti più competitivi. E’ qui che l’euro ha posto un vincolo, come il gold standard durante la Grande Depressione. La domanda rimane la stessa: è possibile risolvere i problemi posti dall’euro? La risposta è sì, se si riformano le regole dell’euro.

Quello che serve è riuscire a spostare le persone dai settori meno competitivi ai settori più competitivi. Si tratta di sostenere l’occupazione, di garantire che le banche offrano finanziamenti per aiutare le persone a cambiare lavoro o a creare nuove imprese, di investire nelle università per avere più ricercatori, che lavoreranno nelle imprese più competitive”.

Intervistatore: “Mentre molte persone si rammaricano per la deindustrializzazione, non è che alla fine l’industria è destinata a scomparire dai paesi più ricchi, come è quasi scomparsa l’agricoltura o alcune industrie come quelle estrattive”?

Joseph Stiglitz: “In Francia, potete riuscire a riportare dei lavori che sono stati esternalizzati. Ma soprattutto occorre ricordarsi che la crescita della produttività è tale che, in ogni caso, avrete bisogno di meno lavoratori, delocalizzazione o no. E’ così ovunque. Anche in Cina, l’occupazione manifatturiera è diminuita. Dobbiamo accettarlo, è il prezzo del successo.

Francia, Germania e Italia da quel lato hanno prospettive migliori degli Stati Uniti. Voi disponete di un sistema di istruzione di qualità, una tradizione di piccole e medie imprese specializzate nel campo dell’ingegneria e delle alte tecnologie, che noi non abbiamo.

Gli Stati Uniti si sono specializzati nella produzione su larga scala e a basso costo. E in questo gioco, la Cina ha vinto. E’ difficile per noi competere. Ma per voi, a un livello di alta qualità, è più facile”.

Nota: L’economista ha espresso pochi chiari concetti alcuni dei quali possono essere condivisibili, altri discutibili, ma che sono di sicuro in totale controtendenza rispetto alle presunte soluzioni adottate dall’oligarchia di Bruxelles che, con le sue politiche suicide (dettate dai potentati finanziari)  sta portando l’Europa a sbattere contro un muro, con esclusivo vantaggio di qualcuno (l’elite finanziaria)  e a sicuro disastro di molti paesi fra cui di sicuro l’Italia.

Fonti: Argentina Today       L’Olandese Volante

10 ragioni per il NO

  1. Il Senato non viene abolito: viene eliminato il voto dei cittadini. A eleggere i senatori saranno i consiglieri regionali, nonostante la Costituzione sancisca all’art. 1 che «la sovranità appartiene al popolo».
  2. Il nuovo Senato sarà composto da 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 senatori nominati dal Presidente della Repubblica per 7 anni. Così diventa, in sostanza, un “dopolavoro” per sindaci e consiglieri regionali, gli stessi degli scandali degli anni passati, che godranno di immunità parlamentare.
    Non voglio nemmeno immaginare il banchetto per le mafie.
  3. Il numero di deputati rimarrà di 630, lasciando così una Camera pletorica con le stesse altissime indennità.
  4. Le competenze del Senato resteranno numerose, su diverse materie e molto gravose: come faranno sindaci e consiglieri regionali a coniugare mandato territoriale e mandato senatoriale?
  5. La tanto ventilata semplificazione è in realtà un miraggio: aumenteranno le procedure legislative e la divisione per materie causerà conflitti di attribuzione.
  6. Si crea una sproporzione totale rispetto alla Camera, assolutamente priva di senso: avremo 100 senatori da una parte e 630 deputati dall’altra. I primi eleggeranno due giudici costituzionali, i secondi solo tre, per fare un esempio.
  7. Il Senato non costituirà un contropotere esterno rispetto alla Camera, non avendo particolari poteri di inchiesta e controllo. Non sono previsti neppure contropoteri interni alla Camera.
  8. Grazie all’Italicum, che garantisce 340 seggi alla Camera a prescindere dai voti ottenuti, si andrà verso un “premierato assoluto” dato che solamente la Camera darà la fiducia.
  9. La riforma restringe le possibilità di partecipazione diretta dei cittadini alle scelte politiche.
  10. La riduzione dei costi è minima, nemmeno paragonabile a quanto si otterrebbe dal dimezzamento di deputati e senatori, dato che i nuovi senatori godranno comunque di rimborsi e diarie.

da qui

Una personalissima domanda ai  politici, in particolare piddini, ma non vi fate un po’ schifo quando vi guardate nello specchio la mattina?

E Bitonto ritrova se stessa.

Buon 2016.
Il primo articolo di questo blog si apre con una notizia che, fino a qualche anno fa, non sarebbe potuta apparire nemmeno delle fantasie di ubriachi cocainomani, ebbri di funghi e visioni mistiche. Stiamo parlando della “rivoluzione culturale” che ha colpito la mia cittadina natìa: Bitonto. A pochi chilometri a nord di Bari, sul primo gradino della Murgia Barese, patria degli antichi Peuceti (o Peucezi), si ritrova a fare il bilancio di un 2015 veramente eccezionale, culminato con il CapoDanze, festival della cultura popolare, alla sua diciassettesima edizione, a cura dell’associazione culturale dauna Folkarte. In questa edizione gruppi di musica popolare provenienti da Francia, Romania, Toscana, Puglia, Veneto e Campania si esibiscono nelle loro migliori performance per diffondere il loro messaggio di pace, di cultura e di socialità.

Questo è il filmato di presentazione dell’evento

L’Amministrazione Comunale, guidata dal Sindaco, Dott. Michele Abbaticchio, con la preziosa assistenza dell’Assessore al Marketing Territoriale, Dott. Rino Mangini, ha saputo coordinare una splendida annata fatta di eventi di successo che si sono svolti durante tutto l’anno.

Il filmato del 31 dicembre 2015, realizzato in piazza Cattedrale da Mimmo Latilla, parla chiaro.


 

Dal canto mio non posso che essere felice di constatare che l’appello rivolto alla comunità bitontina, nel corso delle elezioni amministrative del 2012 alla riscoperta delle proprie origini, del proprio senso di socialità e di convivenza, hanno avuto effetto. “Dobbiamo diventare tutti briganti, dobbiamo essere noi i difensori della nostra terra, della nostra storia, delle nostre tradizioni, della nostra cultura. Il brigante non usa armi, ma usa la caparbietà per ottenere il rispetto della sua essenza”: questo l’appello rivolto alla gente nel corso dell’ultima competizione elettorale dal sottoscritto.
Auspicavo una presa di coscienza da parte dei cittadini, la voglia di riscatto, di rispetto del proprio ambiente naturale. Desideravo vedere persone che gioivano a sentir parlare la propria lingua locale, le proprie canzoni, gli aneddoti, riscoprire i luoghi, i monumenti, i personaggi. Nessuno si sarebbe dovuto vergognare di dire “io sono di Bitonto“. Affermare le proprie origini deve essere il primo baluardo da difendere in ogni occasione, perchè sulle proprie origini si costruisce il futuro. Se non hai coscienza del tuo passato, non avrai mai le prospettive di progresso.

E’ stato un anno memorabile il 2015 per la comunità bitontina, ma non è che un punto di partenza. Il Bitonto Blues Festival, il Beat Onto Jazz, il Traetta Opera Festival, ma anche altre manifestazioni legate ai musei (ce ne sono ben tre:la Galleria Nazionale della Puglia “Devanna”, il Museo Archeologico De Palo e il Museo Diocesano, oltre al Torrione Angioino e una quarantina di dimore storiche, certificate dall’A.D.S.I.), eventi culturali legati alla letteratura, alla poesia, allo spettacolo.
L’arrivo a Bitonto del Commissariato del Ministero della Difesa Austriaco, consigliere dell’ordine della Croce Nera Austriaca, per commemorare i caduti austriaci nella Battaglia del 1734, rappresenta una ulteriore conferma della vocazione internazionale raggiunta da questa cittadina.

CapoDanze possiamo considerarlo come la ciliegina sulla torta, a coronamento di un lavoro di cesellatura pignolo e incessante.
A questo evento di fine anno si sono coordinati oltre 250 operatori, di cui provo a nominarne almeno i più importanti:

Musicisti, gruppi e insegnanti partecipanti:
DUO ABSYNTE (Francia) bal folk
ERIC THEZE’ (Francia) bal folk
DUO A. SANGINETO –S. BALDAN (Veneto) bal folk
TREQUARTI (Napoli) bal folk

OFFICINA ZOE’ (Salento) pizziche
CANTORI DI CARPINO (Gargano) tarantelle
MALARAZZA (Salento) pizziche
TERRAEMARES (Campania) tammurriate
RAFFAELE INSERRA E ‘A VOCE STESA (tammurriate)
SCUOLA DI TARANTELLA (Montemarano) tarant. montemaranese
TARANTELLA NON STOP (Caulonia –Calabria) tarantelle calabresi
FOLKEMIGRA (Bitonto –BA) danze del sud
RE PAMBANELLE (Bitonto –BA) danze del sud

CORSI DI DANZE
DANIEL SANDU (Romania- Olanda) danze gipsy e rumene (28-30 dic.)
NOEMI BASSANI (Varese) danze internazionali (28-30 dic.)
ERIC THEZE’ (Francia) danze impari (29 dic.-1 gen.)
CLAUDIO CESARONI (Firenze) varianti di bourrèes e irlandesi (28 dic. -1 gen.)
CIRO TROISE (Roma) Varianti di scottish e mazurche francesi (28-31 dic.)
ADRIANO SANGINETO e STEFANO BALDAN (congò e rondò) (31 dic.-1 gen.)
MARYAM RAQQAS (Bari) danze egiziane (29-30 dic.)
GIOVANNI MAURO (Salerno) tammurriata dell’Agro (29 dic.)
HIRAM SALSANO e CATELLO GARGIULO (Campania) tammurriata di Pimonte (30-31 dic.)
OFFICINA ZOE’ (Salento) danza, canto e tamburello (31-dic)
FLORIANA GUIDA (Salento) pizzica (29 dic. 1 gen.)
NICOLINO GENTILE (Carpino) canto e danza
FABIO CHIERA (Calabria) tarant. calabrese Basso Jonio (1 gen.)
ROBERTO D’AGNESE (Montemarano –AV) tarant. Montemaranese (31 dic.)

CORSI DI STRUMENTO E PERCUSSIONI
AURELIEN CLARAMBAUX (Francia) organetto
FABIO CHIERA (Calabria) organetto
RAFFAELLE INSERRA (Tammorra)
LIVIO GRECO (Tamburello)
( Fonte web: www.zingaria.com)

Inutile dire che tutte le strutture turistiche hanno registrato il “tutto esaurito”, con somma soddisfazione degli stessi operatori.


Avete bisogno di ulteriori conferme? Non penso!
Riscoprire le proprie origini fa bene a tutti. Sapere chi siamo stati è lo stimolo principale per poter decidere il proprio futuro, il proprio cammino di crescita.
Bitonto è sulla buona strada: ha ritrovato se stessa.

Auguri di un felice 2016

Expo, primo bilancio (senza retorica)

Atroce epilogo di un fallimento premeditato dove chi ci ha guadagnato, come al solito, sono state le multinazionali. Chi pagherà di danni per questo ennesimo furto perpetrato ai cittadini?

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Nuovo conio della BCE per il fallimento dell’EXPO2015

Alla fin della fiera l’obiettivo è stato raggiunto, alla faccia di gufi e disfattisti: Expo chiude i battenti con oltre 20 milioni di ingressi. Un trionfo, almeno per il commissario Sala, che ha la strada spianata per Palazzo Marino, per il governo Renzi e la sua retorica dell’Italia che funziona, e per il gigantesco apparato mediatico mobilitato fin dall’inizio, a suon di milioni, in una delle più straordinarie operazioni di propaganda e manipolazione dell’opinione pubblica che si ricordino. Restano però in sospeso due domande: i numeri testimoniano un successo? E, soprattutto, alla fine chi paga?

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Il successo di un grande “camouflage”
Se al di là della fanfara celebrativa si guardano i fatti, l’Expo universale di Milano ha registrato ingressi contenuti, chiude con un disastroso buco di bilancio, non ha rilanciato l’economia e lascia dietro di sé uno strascico di problemi irrisolti.
Quello milanese è stato il peggior Expo degli ultimi 50 anni. Tolti i quasi 14 mila addetti che ogni giorno si sono avvicendati nel sito, su cui i comunicati di Expo sorvolano, e la ridicola mistificazione per cui si considerano le code da sfinimento un indice di successo e non di disorganizzazione, l’esposizione milanese chiude con 18 milioni di visitatori. È la stessa cifra registrata dall’Expo di Hannover 2000, ricordato come “il flop del millennio”. Per fare peggio di così bisogna andare all’Expo di Seattle del 1962, con 9 milioni di visite. Ma il problema non è quello del flusso di visitatori. È che per evitare un flop colossale, il management dell’Expo ha spinto sui numeri dei tornelli a scapito del conto economico, che già partiva appesantito da malaffare, clientelismi, inefficienze.
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La festa coi soldi degli altri
Il risultato è che la manifestazione peserà sui contribuenti per più di un miliardo di euro. Expo è costata, finora, 2,4 miliardi di euro: 1,3 miliardi per la costruzione del sito; 960 milioni per la gestione dell’evento (840 milioni secondo Expo, ma è un conteggio basato su magheggi contabili già censurati dalla Corte dei conti) e 160 per l’acquisto dei terreni, pagati – giusto per ricordare come è partita l’operazione – dieci volte il prezzo di mercato.
I dati sulla spesa sono provvisori, visto che sono in corso i contenziosi per gli extracosti chiesti da tutte le principali imprese che hanno lavorato sul sito: solo per il Padiglione Italia, prima trattativa conclusa, ammontano a 29 milioni. Ed è di questi giorni la notizia che per la bonifica dell’area, rivelatasi gravemente inquinata solo dopo che era stata comprata a peso d’oro, c’è un conto da 72 milioni. La faccenda ha dato l’avvio a un tragicomico balletto in cui Expo spa, Arexpo (proprietaria dei terreni) e gli ex proprietari (tra cui la Fondazione Fiera Milano, che però è anche socia di Arexpo) si rimpallano le responsabilità, in uno scaricabarile in cui non è difficile immaginare su chi ricadranno, ancora una volta, i costi.
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Storia di una voragine finanziaria
I costi di gestione dell’Expo si sarebbero dovuti pareggiare, secondo le dichiarazioni di Sala, con i ricavi da biglietti più quelli da sponsorizzazioni, royalties e via dicendo. Il pareggio si sarebbe raggiunto vendendo 24 milioni di biglietti a un prezzo medio di 22 euro e ricavando circa 300 milioni dalle altre voci. Visti gli scarsi afflussi iniziali, tali che la società si è rifiutata per i primi tre mesi di fornire dati, in estate è stato offerto al volo un nuovo conteggio: sarebbero bastati 20 milioni di biglietti a 19 euro di costo medio; il resto lo avrebbero fatto i ricavi diversi, aumentati chissà come. Già così, si sarebbe chiuso con un deficit di gestione da 200 milioni di euro.
Il problema è che per arrivare ai 20 milioni di ingressi promessi, con annessi titoloni di giornali, si è messa in campo una politica di omaggi e prezzi stracciati. Sconti da saldo alle scolaresche, praticamente precettate dal ministero, ai dipendenti delle aziende sponsor, alle parrocchie, alle coop, agli ordini professionali e a qualsiasi organizzazione che potesse portare a Rho flussi consistenti. Biglietti a 5 euro dopo le 18, ingressi regalati ai pensionati, ai titolari di bassi redditi, a chi parcheggiava per la visita serale nelle aree di sosta del sito. Il rivenditore ufficiale della manifestazione nelle ultime settimane faceva il 70 per cento di sconto.
Expo, pur sollecitata da questo giornale, non fornisce alcun dato sul prezzo medio di vendita: ma non ci vuol molto a capire che sarà molto inferiore alla soglia di 19 euro. Vale a dire che il deficit di gestione sarà ben maggiore dei 200 milioni previsti.
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Volano e fantasia
La retorica con cui si cerca di mascherare la perdita economica è soprattutto quella sull’“indotto” e sull’eredità dell’Expo; ritorni economici che giustificherebbero gli 1,3 miliardi d’investimento a fondo perduto nel sito. Qui si entra direttamente nel campo della fantasia. Gli studi con cui si cerca di far passare Expo per un volano economico sono quelli preparati da un gruppo di accademici della Bocconi finanziato da Expo. Si parla di 3,5 miliardi di spesa complessiva dei visitatori, tali da generare, per l’effetto moltiplicatore (per cui ogni euro speso genera ulteriori spese a cascata), una produzione aggiuntiva per il Paese da 10 a 30 miliardi e 191 mila nuovi occupati l’anno dal 2012 al 2020, con un picco tra il 2013 e il 2015. È l’apoteosi del moltiplicatore economico, un campo dei miracoli dove per ogni euro sotterrato se ne ritrovano 3, o anche 10.
Solo che la stima ignora il costo delle risorse usate, in termini di tasse o tagli ad altre voci del bilancio pubblico. Qualsiasi investimento valutato in quel modo darebbe un risultato positivo. Per Carlo Scarpa, ordinario di Economia all’Università di Brescia, esperto di infrastrutture, “qualche effetto moltiplicatore la spesa generata da Expo ce l’avrà, ma stimarlo è pura fantasia. Inoltre, un conto è costruire infrastrutture che restano, un altro è un investimento di pura edilizia, come l’Expo, che dopo sei mesi chiude”. Sui mirabolanti effetti occupazionali, basti dire che nel 2013, nel 2014 e fino al primo semestre 2015 (ultimi dati Istat disponibili) gli occupati in Lombardia sono stati in calo.
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Alla ricerca dei cinesi perduti
L’arrivo di turisti stranieri è stato al di sotto delle previsioni. Secondo uno studio dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, coordinato da Jérôme Massiani, i risultati preliminari indicano una quota del 16 per cento di stranieri (soprattutto francesi e svizzeri) contro il 25 per cento previsto. All’Expo sono andati soprattutto i lombardi (quasi il 40 per cento dei visitatori), mentre i non europei, compreso l’atteso milione di cinesi, hanno raggiunto quote irrisorie. Peccato, perché la spesa degli stranieri è quella che determina il saldo positivo per il Paese creato da Expo. A patto che, fa notare Massiani, “nei benefici per l’economia sia contabilizzata solo la componente addizionale della spesa dei turisti”. Vale a dire quella di coloro che non sarebbero venuti in Italia se non ci fosse stata l’esposizione.
Per gli esercenti milanesi e lombardi non sembra proprio che Expo sia stata una manna. Qualcuno certo ci ha guadagnato, ma per molti, come i locali del centro di Milano che hanno visto la movida serale trasferita a Rho, l’effetto è stato quello di un boomerang. Gli ultimi a manifestare la propria delusione, questa settimana, sono stati i commercianti bresciani: “Qui si perdono quattro imprese al giorno”, ha scritto un report di Confesercenti, “Expo a Brescia non si è proprio fatto sentire”.
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Carta di Milano, fiera di buoni propositi
Dovrebbe essere il grande lascito morale di Expo. Sembra invece più che altro un esercizio d’ipocrisia. La Carta di Milano raccoglie indicazioni per risolvere i problemi mondiali dell’alimentazione, della produzione di cibo, della fame del mondo. Firmata da tutti i capi di Stato, ministri, politici, funzionari, delegati passati da Expo e da milioni di cittadini, è stata consegnata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella al segretario dell’Onu Ban Ki-moon.
Peccato che non sia altro che un elenco di buone intenzioni, senza vincoli né verifiche, destinata a restare lettera morta una volta spenti i riflettori sull’Expo. Nata negli uffici della multinazionale alimentare Barilla, è stata bocciata dalle più importanti organizzazioni non governative. “Abbiamo partecipato ai lavori preparatori, ma abbiamo deciso di non firmarla perché non tocca alcuni nodi: la proprietà dei semi, l’acqua come bene comune, i cambiamenti climatici”, ha dichiarato Gaetano Pascale, presidente di Slow Food Italia, l’organizzazione fondata da Carlin Petrini, che aggiunge: “Non prevede impegni concreti per governi e multinazionali, è generica, tra i firmatari ci sono anche alcune multinazionali e capisco che il governo italiano non abbia potuto osare di più”.
Oxfam, network internazionale di organizzazioni non governative attive in 17 Paesi, l’ha definita “lacunosa” su temi fondamentali come le politiche per l’agricoltura contadina, la speculazione finanziaria sulle materie prime alimentari, l’espropriazione delle terre e il consumo di suolo agricolo”.
Il giudizio più duro arriva però da Caritas Internationalis: “È una carta scritta dai ricchi per i ricchi”, dichiara il segretario generale Michel Roy, “un testo parziale, per i destinatari e i contenuti. Non si sente la voce dei poveri del mondo, né di quelli del Nord, né di quelli del Sud”. Perché “indica un problema – la fame nel mondo – tutto sommato noto, ma non mette a fuoco le cause e quindi le soluzioni”, ha continuato Roy. “Contiene una nobile e giusta esortazione a evitare gli sprechi, ma non parla di speculazione finanziaria, accaparramento delle terre, diffusione degli ogm, perdita della biodiversità, clima, speculazioni finanziarie sul cibo, acqua, desertificazione e biocombustibili”.
Aggiunge Luciano Gualzetti, vicedirettore di Caritas Ambrosiana e vicecommissario del padiglione della Santa Sede: “Siamo stati chiamati a partecipare alla sua stesura, ma dobbiamo constatare che il risultato non ha tenuto conto dei nostri suggerimenti, probabilmente per salvaguardare certi equilibri”.
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L’area, i debiti e il rebus del dopo Expo
La vera sfida, comunque, inizia ora. Che cosa fare dell’area su cui sono stati investiti 2,4 miliardi di denaro pubblico? Il sito Expo, per ora, è solo una zavorra sui conti di Comune di Milano e Regione Lombardia, che devono restituire alle banche 200 milioni spesi per acquistarla. L’asta del novembre scorso per rivenderli, infrastrutturati, a 340 milioni, è andata deserta; ora si cerca la quadra per uscire dall’imbarazzo. In questo contesto, il rischio di lasciare una cattedrale nel deserto, destino comune a tante aree degli Expo del passato, è alto. Le idee, che sono gratis, non mancano. Così come si sprecano i nomi trendy: hub tecnologico, knowledge valley, start-up incubator.
Più difficile trasformare le idee in realtà. Tra i progetti annunciati, la realizzazione del nuovo polo delle facoltà scientifiche dell’’Università Statale di Milano, una buona idea del rettore Gianluca Vago. Ma sono necessari 540 milioni e una complessa operazione di dismissione e riqualificazione della vecchia area di Città Studi.
Il presidente di Assolombarda, Gianfelice Rocca, ha ipotizzato di aggiungerci un polo della tecnologia e dell’innovazione, Nexpo, in cui attirare aziende dell’hi-tech. Ma come pianificare una tale trasmigrazione? Con quale regia e quali soldi? Tutto ancora da decidere. Come pure l’ipotizzata realizzazione sul sito di una cittadella dell’amministrazione pubblica. E prima di tutto, qualcuno dovrà restituire alle banche i 200 milioni prestati. Di solito, la città che progetta un Expo pensa prima a che cosa fare dopo dell’area su cui fa investimenti pubblici colossali. A Rho, invece, i cancelli si chiudono senza che nessuno ancora sappia cosa ne sarà. “Non fate i ganassa”, dice Piero Bassetti, “la vera sfida inizia ora”.
(di Gianni Barbacetto e Marco Maroni – Il Fatto quotidiano, 31 ottobre 2015)

Da quando non uso più lo shampo “industriale” non mi lavo più i capelli ogni giorno

Sembra un ossimoro, ma è così: lo shampo industriale non serve a lavare i capelli ma a sporcarli.
Un vezzo derivato uno dei pilastri del neo-liberismo e del capitalismo: creare il problema perchè abbiamo già pronta la soluzione che dovete comprare. Allora perchè produrre un sapone che pulisce, quando ne possiamo creare uno che sporca e che obbliga ad usarlo sempre più spesso acquistandolo?
Ormai utilizzo olio e.v.o. per impacchi, aceto per lucidare e sapone di marsiglia. Risciacquo e poi sono a posto almeno per una settimana con capelli pettinabilissimi e sempre a posto e senza forfora (anche se a questo ha contribuito anche il mio diverso modo di alimentarmi). Non acquisto più alcuno shampo e questo mi basta.
Ma lo shampo è davvero tanto inutile quanto dannoso?
Cerchiamo di capirne di più con questo articolo.

Il primo Shampoo Peggiore è lo SHAMPOO PANTENE lisci effetto seta, in realtà tutti gli shampoo di questa marca sono ricchi di siliconi e addirittura alcuni, come questo, contengono anche la paraffina!! Usando paraffina e silicone, i capelli saranno sempre più sporchi e opachi!!
Questo shampoo dovrebbe aiutare a ridurre l’effetto crespo e a rendere i capelli irresistibilmente lisci, ma ahimè il silicone, tensioattivi aggressivi e paraffina, sono ingredienti che rendono i capelli sempre più danneggiati  e sfibrati, mascherati dal silicone che gli dona un aspetto apparentemente lucido e brillante.

INCI Shampoo Pantene Liscio effetto seta

AQUA (solvente)
Immagine AMMONIUM LAURETH SULFATE (tensioattivo)
Immagine AMMONIUM LAURYL SULFATE (tensioattivo)
Immagine SODIUM CHLORIDE(viscosizzante)
Immagine DIMETHICONE (antischiuma / emolliente)
Immagine GLYCOL DISTEARATE(emolliente / emulsionante / opacizzante / viscosizzante)
Immagine CITRIC ACID (agente tampone / sequestrante)
Immagine SODIUM CITRATE (agente tampone / sequestrante)
Immagine AMMONIUM XYLENESULFONATE (tensioattivo / viscosizzante)
Immagine COCAMIDE MEA(emulsionante / stabilizzante emulsioni / tensioattivo / viscosizzante)
Immagine CETYL ALCOHOL(emolliente / emulsionante / opacizzante / viscosizzante)
Immagine GUAR HYDROXYPROPYLTRIMONIUM CHLORIDE (antistatico / filmante / viscosizzante)
Immagine PARFUM
Immagine SODIUM BENZOATE(preservante)
Immagine DISODIUM EDTA(sequestrante / viscosizzante)
Immagine DMDM HYDANTOIN(conservante)
Immagine HEXYL CINNAMAL(Allergene del profumo)
Immagine PANTHENOL (antistatico)
Immagine PANTHENYL ETHYL ETHER(antistatico)
Immagine TETRASODIUM EDTA(sequestrante)
Immagine BENZYL SALICYLATE(Allergene del profumo)
Immagine BUTYLPHENYL METHYLPROPIONAL (Allergene del profumo)
Immagine LINALOOL (Allergene del profumo)
Immagine LIMONENE (Allergene del profumo)
Immagine CITRONELLOL (additivo)  Immagine CITRONELLOL (Allergene del profumo)
Immagine ALPHA ISOMETHYL IONONE (Allergene del profumo)
Immagine HYDROXYISOHEXYL 3 CYCLOHEXENE CARBOXALDEHYDE (Allergene del profumo)
Immagine PARAFFINUM LIQUIDUM(antistatico / emolliente / solvente)
ImmagineMETHYLCHLOROISOTHIAZOLINONE (conservante)
ImmagineMETHYLISOTHIAZOLINONE (conservante)

Come potevo non menzionare gli Shampoo Sunslik tra i prodotti più odiati? :-)
SHAMPOO SUNSILK LISCIO PERFETTO contiene siliconi, tensioattivi aggressi e ingredienti petrolchimicie e inquinanti.
INCI Shampoo Sunslik Liscio perfetto: E’ quasi tutto rosso!!!
AQUA (solvente)

Immagine SODIUM LAURETH SULFATE (A) (tensioattivo) /

Immagine SODIUM C12-13 PARETH SULFATE (B) * (tensioattivo)

Immagine COCAMIDOPROPYL BETAINE (tensioattivo)
Immagine SODIUM CHLORIDE(viscosizzante)
Immagine DIMETHICONOL(antischiuma / emolliente)
Immagine DIMETHICONE (antischiuma / emolliente)
Immagine PARFUM
Immagine CARBOMER (stabilizzante emulsioni / viscosizzante)
Immagine LYSINE HCl (condizionante per capelli / condizionante cutaneo)
Immagine SODIUM HYDROXIDE(agente tampone / denaturante)
Immagine DMDM HYDANTOIN(conservante)
Immagine CITRIC ACID (agente tampone / sequestrante)
Immagine GUAR HYDROXYPROPYLTRIMONIUM CHLORIDE (antistatico / filmante / viscosizzante)
Immagine LAURETH-4 (emulsionante / tensioattivo)
Immagine LAURETH-23 (emulsionante / tensioattivo)
Immagine POLOXAMER 407(emulsionante / tensioattivo)
Immagine PEG-9M (legante / stabilizzante emulsioni / viscosizzante)
Immagine XANTHAN GUM (legante / stabilizzante emulsioni / viscosizzante)
Immagine TEA-DODECYLBENZENESULFONATE (Tensioattivo)
Immagine DISODIUM EDTA(sequestrante / viscosizzante)
Immagine SODIUM BENZOATE(preservante)
Immagine PPG-12 (emolliente)
Immagine MAGNESIUM CHLORIDE(additivo)
Immagine MAGNESIUM NITRATE(additivo)
Immagine SYNTHETIC FLUORPHLOGOPITE (viscosizzante)
Immagine TIN OXIDE (opacizzante / viscosizzante)
ImmagineMETHYLCHLOROISOTHIAZOLINONE (Conservante)
ImmagineMETHYLISOTHIAZOLINONE (conservante)
Immagine ALPHA-ISOMETHYL IONONE (Allergene del profumo)
Immagine BUTYLPHENYL METHYLPROPIONAL (Allergene del profumo)
Immagine HEXYL CINNAMAL(Allergene del profumo)
Immagine LINALOOL (Allergene del profumo)
Immagine CI 77891 (colorante cosmetico)

Ed ecco finalmente lo SHAMPOO HERBAL ESSENCE (so che lo aspettavate hehe) ricco di silicone e perfino paraffina!!! Non fatevi fregare dalla scritta “herbal”, non è un cosmetico ecobio, e nemmeno naturale !!
Guardate l’INCI!!! Sls e Sles non tamponati dalla betaina, troppo troppo sale che secca i capelli, una bella botta di silicone, e poi se vogliamo continuare.. bruttissimi conservanti allergizzanti e ..orrore supermo: paraffina!!! Brrrr rabbrividisco!!!
 INCI Shampoo Herbal Essence lisci e glossy:
 Aqua / solvente
 Ammonium Laureth Sulfate / tensioattivo
 Ammonium Lauryl Sulfate / tensioattivo
 Sodium Chloride / viscosizzante
 Glycol Distearate / emolliente / emulsionante/ opacizzante / viscosizzante
 Dimethicone / antischiuma / emolliente
 Citric Acid / agente tampone / sequestrante
 Sodium Citrate / agente tampone / sequestrante
 Ammonium Xylenesulfonate / tensioattivo / viscosizzante
 Cocamide MEA / emulsionante / stabilizante emulsioni / tensioattivo / viscosizzante
Parfum / Frangrance
 Guar Hydroxypropyiltrimonium Chloride / antistatico / filmante / viscosizzante
 Sodium Benzoate / preservante
 Disodium EDTA / sequestrante / viscosizzant
 DMDM Hydantoin / conservante
 Tetrasodium EDTA / sequestrante
 Propylene Glycol / umettante / solvente
 Butylphenyl Methylpropional / allergene del profumo
 Hydrolyzed Silk / antistatico / umettante

 Mel / emolliente / umettante / additivo biologico

 Pyrus Pyrifolia Fruit Juice / vegetale
 Pyrus Bretschneideri Fruit Juice / vegetale
 Paraffinum Liquidum / antistatico / emolliente / solvente
 CI 17200 / colorante cosmetico
 Methylchloroisothiazolinone / conservante
 Methylisothiazolinone / conservante
 Potassium Sorbate / conservante 
Anche gli Shampoo Elvive sono ricchi di siliconi e tensioattivi aggressivi, ad esempio lo SHAMPOO ELVIVE liss-intense, un altro shampoo cosiddetto lisciante che dovrebbe lisciare i capelli ed eliminare l’ effetto crespo.
Purtroppo contiene silicone e tensioattivi troppo aggressivi per il cuoio capelluto che causanoforfora e prurito!!!
INCI  Shampoo Elvive liss-intense:
Aqua, sodium laureth sulfate, coco betaine, sodium chloride, CI 19140, CI 14700, cocamide mipa, sodium benzoate, sodium methylparaben, hydrolyzed silk, sodium cocoate, sodium hydroxide, ppg-5-ceteth-20, peg-55 propylene glycol oleate, peg-60 hydrogenated castor oil, ethylparaben, polyquaternium-10, salicylic acid, limonene, camelina sativa oil, camelina sativa seed oil, linalool, benzyl salycilate, benzyl alcohol, amodimethicone, propylene glycol, buthylphenyl methylpropional, citronellol, methyl cocate, bht, citric acid, laureth-5 carboxylic acid, hexyl cinnamal, amyl cinnamal, parfum.

INCI  Shampoo Elvive Volume Collagene:

AQUA (solvente)
Immagine SODIUM LAURETH SULFATE (tensioattivo)
Immagine DISODIUM COCOAMPHODIACETATE (tensioattivo)
Immagine SODIUM CHLORIDE(viscosizzante)
Immagine GLYCOL DISTEARATE(emolliente / emulsionante / opacizzante / viscosizzante)
Immagine SODIUM LAURETH-8 SULFATE (tensioattivo)
Immagine COCAMIDE MIPA(emulsionante / stabilizzante emulsioni / tensioattivo / viscosizzante)
Immagine SODIUM BENZOATE(preservante)
Immagine SODIUM OLETH SULFATE(emulsionante)
Immagine HYDROXYPROPYL GUAR HYDROXYPROPYL TRIMONIUM CHLORIDE (antistatico)
Immagine SODIUM COCOATE(emulsionante / tensioattivo)
Immagine SODIUM HYDROXIDE(agente tampone / denaturante)
Immagine MAGNESIUM LAURETH-8 SULFATE (tensioattivo)
Immagine MAGNESIUM LAURETH SULFATE (tensioattivo)
Immagine MAGNESIUM OLETH SULFATE (tensioattivo)
Immagine POLYQUATERNIUM-30(antistatico / filmante)
Immagine SALICYLIC ACID(preservante)
Immagine SOLUBLE COLLAGEN(antistatico / filmante / umettante)
Immagine LIMONENE (allergene del profumo)
Immagine LINALOOL (allergene del profumo)
Immagine CARBOMER (stabilizzante emulsioni / viscosizzante)
METHYL COCOATE(emolliente / condizionante cutaneo)
Immagine CITRIC ACID (agente tampone / sequestrante)
Immagine HEXYLENE GLYCOL(solvente / emulsionante / tensioattivo / condizionante cutaneo)
Immagine HEXYL CINNAMAL(allergene del profumo)

Ecco infine lo Shampoo Nivea …non potevo non nominarla tra i prodotti più odiati hehe 😉 Questo Shampoo ovviamente ha un INCI disastroso!!
Tensioattivi e PEG petrolchimici aggressivi e disseccanti, e la cosa peggiore è che dovrebbe essere destinato ai bambini, alla loro pelle delicata e sensibile… povere creature!! :-(
INCI Shampoo Baby Luce di seta:
 AQUA (solvente)
Immagine DECYL GLUCOSIDE(tensioattivo)
Immagine SODIUM MYRETH SULFATE(emulsionante / tensioattivo)
Immagine PEG-200 HYDROGENATED GLYCERYL PALMATE (emolliente)
Immagine PEG-80 SORBITAN LAURATE (tensioattivo)
Immagine PEG-90 GLYCERYL ISOSTEARATE (detergente)
Immagine DISODIUM PEG-5 LAURYLCITRATE SULFOSUCCINATE (emulsionante / idrotropo / tensioattivo)
Immagine POLYQUATERNIUM-10(antistatico / filmante)
Immagine CHAMOMILLA RECUTITA FLOWER EXTRACT (emolliente)
Immagine TILIA CORDATA EXTRACT(vegetale)
Immagine BISABOLOL (additivo)
Immagine LAURETH-2 (emulsionante / tensioattivo)
Immagine CITRIC ACID (agente tampone / sequestrante)
Immagine GLYCERIN (denaturante / umettante / solvente)
Immagine SODIUM LAURETH SULFATE (tensioattivo)
Immagine PEG-40 HYDROGENATED CASTOR OIL (emulsionante / tensioattivo)
Immagine SODIUM BENZOATE(preservante)
Immagine PARFUM

Le ragioni politiche di Insorgenza, raccontate da un ignaro filosofo.

  
Ho cercato tante volte di racchiudere in uno scritto quelle che potevano essere le ragioni per cui è nata Insorgenza e il motivo per cui continua lentamente ed inesorabilmente ad acquisire sostenitori.
Oggi ho trovato uno scritto di Costanzo Preve, un filosofo, saggista e studioso di politica, deceduto nel 2013 che, inconsapevolmente ha segnato i punti fondamentali di Insorgenza. Come un giochino da Settimana Enigmistica, unite i punti e scoprirete Insorgenza.
 
…………
1. Non si può decentemente chiedere al marinaio di scendere in mare senza bussola, in particolare quando il cielo è coperto e non ci si può orientare con le stelle. Ma cosa capita quando si pensa che la bussola funzioni, mentre invece è magnetizzata e falsificata da un pezzo invisibile di calamita che gli sta al di sotto? Ecco, questa è una metafora abbastanza precisa della nostra situazione di oggi.

2. Con il governo Monti le cose si sono fatte a un tempo più chiare e più oscure.

Si sono fatte più chiare (almeno per quel due per cento di bipedi umani che intendono fare uso del proprio libero intelletto, e non intendo prendere in considerazione il restante novantotto per cento), in quanto è evidente che la decisione politica democratica – tutta la decisione politica democratica, di sinistra, centro e destra – è stata svuotata, e siamo di fronte a una situazione del tutto imprevista nei manuali di storia delle dottrine politiche.
In breve, siamo di fronte a una dittatura di economisti a indiretta e formale legittimazione elettorale referendaria. E’ chiaro che questa dittatura di economisti avviene per conto di qualcuno, ma sarebbe sbagliato “antropomorfizzare” troppo questo qualcuno: i ricchi, i capitalisti, i banchieri, gli americani, eccetera. Questa dittatura di economisti è al servizio di una entità impersonale (Marx l’avrebbe definita “sensibilmente soprasensibile”) che è la riproduzione in forma “speculativa” della forma storica attuale del modo di produzione capitalistico (cfr. D. Fusaro, Minima Mercatalia. Filosofia e Capitalismo, Bompiani, Milano 2012). Da questo punto di vista le cose sono chiare.
Non è affatto chiaro, ma anzi è oscuro, il modo in cui questa giunta dittatoriale di economisti può “portare l’Italia fuori dalla crisi”. Essa è al servizio esclusivo di creditori internazionali, e il suo unico orizzonte è il debito. La logica del modello neoliberale è quella di delocalizzare la fabbricazione delle calze Omsa da Faenza in Serbia, in modo da poter pagare le operaie duecento euro.
In questa situazione, il mantenimento della dicotomia Destra/Sinistra non è più soltanto un errore teorico. E’ potenzialmente un crimine politico.

3. Ultimamente, sono rimasto imbambolato a leggere un volantino del gruppetto “Sinistra Critica”. Non capivo neppure io stesso perché. Poi improvvisamente mi è sembrato di capire. Il termine “sinistra critica” è una contraddizione in termini, perché il presupposto massimo ed essenzialissimo di ogni critica, senza il quale la stessa parola “critica” perde ogni significato, è proprio il superamento della dicotomia Destra/Sinistra. Non si può essere critici e contemporaneamente di sinistra (o di destra, non cambia nulla).

Ho prima accennato al libro di Diego Fusaro pubblicato da Bompiani. In questa storia filosofica del capitalismo, dalle sue origini seicentesche fino a oggi non ci sono mai, ma proprio mai, ma assolutamente mai, le parolette Destra e Sinistra, per il semplice e nudo fatto che la mondializzazione economica capitalistica e la dittatura degli economisti che ne è necessariamente la forma, ha svuotato del tutto queste categorie.

Norberto Bobbio (1909-2004) poteva ancora parlarne in assoluta buona fede, perché ai suoi tempi esisteva ancora la sovranità monetaria dello Stato nazionale, e partiti di “sinistra” potevano mettere in atto politiche economiche redistributrici in misura maggiore di partiti di “destra”. Ma oggi, con la globalizzazione neoliberale, il discorso di Bobbio non corrisponde più alla realtà storica.

Esiste ovviamente un problema, dal momento che la dittatura “neutrale” degli economisti ha pur sempre bisogno di essere costituzionalmente legittimata da elezioni, sia pure svuotate di ogni significato decisionale. A questo punto si mette in scena una commedia all’italiana: la “sinistra responsabile” (Bersani, D’Alema, Veltroni, tutto il comunismo togliattiano riciclato); il “buffone di copertura” Vendola di cui si sa a priori che i suoi voti andranno comunque al PD; i “testimoni” del buon tempo antico Diliberto e Ferrero i cui voti andranno comunque al PD con la scusa del pericolo fascista, razzista, populista, eccetera; i partitini da prefisso telefonico Turigliatto e Ferrando che seguono il principio olimpico per cui l’importante non è vincere, ma partecipare; infine, i Testimoni di Geova del comunismo (Lotta Comunista) in attesa che il salvifico gigante buono, la classe operaia e salariata mondiale, si svegli.

L’ideale sarebbe quello ipotizzato dal romanziere portoghese José Saramago, e cioè che nessuno andasse a votare, sottolineo nessuno. Se nessuno andasse a votare, cadrebbe la legittimazione formale della dittatura degli economisti. Certo, il capitalismo troverebbe modo egualmente di estrarre un nuovo coniglio dal cappello, ma intanto ci sarebbe da divertirsi. Purtroppo si tratta solo di un sogno irrealizzabile. La Macchina Acchiappa-Babbioni è troppo buona per lasciarla andare in disuso.

4. Eppure, la soluzione sarebbe a portata di mano: una nuova forza politica radicalmente critica del capitalismo liberista mondializzato, del tutto estranea alla dicotomia Destra/Sinistra. Una forza politica che lasci cadere tutti i progetti di “rifondazione del comunismo” (il pensiero di Marx è ancora vivo, ma il comunismo storico è finito), e che riprenda invece le ispirazioni solidaristiche e comunitarie.

In teoria, è l’uovo di Colombo. Ma appunto perché lo è, ci vorranno ancora decenni e decenni, salvo improbabili accelerazioni storiche impreviste, perché si capisca che la bussola è rotta, e sinistra e destra sono soltanto segnali stradali.

5. Ora darò l’occasione a tutte le vipere, i ragni e gli scorpioni di gridare al “Preve fascista”. Eppure, se si ha paura di rompere i tabù tanto vale leggere solo romanzi polizieschi. Ultimamente un caro amico francese mi ha spedito il libro di Marine Le Pen (cfr. Perché la Francia viva, in lingua francese, Grancher, Paris 2012). So già che si parlerà di astuta manovra di infiltrazione populista del fascismo eterno, ma provate a leggerlo. C’è da restare stupiti. Io non sono stupito, perché conosco la dialettica di Hegel, l’unità dei contrari, e la logica di sviluppo dell’ultimo ventennio sia della sinistra che della destra.
Ma veniamo ai fatti. A pagina 135 Marine Le Pen scrive, traduco letteralmente: “Non ho da parte mia nessun patema d’animo a dirlo: la dicotomia fra destra e sinistra non esiste più”. I principali riferimenti filosofici sono a due pensatori di “sinistra”, Bourdieu e Michéa (pagina 148). Il vecchio comunismo francese di Marchais è citato positivamente e quindi, niente Pétain e Vichy. Sarkozy è vituperato sia per la sua politica estera filo-USA che per quella interna, favorevole alle diseguaglianze sociali. Sul mercato il principale riferimento teorico è Polanyi (pagina 26). Si rivendica il no alla guerra dell’Iraq 2003 (pagina 37). Marx è citato (pagina 61), e si sostiene, citando ripetutamente l’economista Allais, l’incompatibilità di mercato e democrazia. Ma soprattutto ci ho ritrovato quello che mi seduceva nel comunismo degli anni Sessanta, il fatto che la chiacchiera polemica di piccolo cabotaggio è messa in fondo e non all’inizio, perché all’inizio vi è un lungo capitolo intitolato, alla francese, “Il Mondialismo non è un Umanesimo”. La globalizzazione è correttamente definita “un orizzonte di rinuncia”, e si riafferma che “l’impero del Bene è prima di tutto nelle nostre teste”, ed infatti è così.

E potrei continuare, ma so già che ho dato alle vipere e agli scorpioni l’occasione per insolentirmi, ciò che non mancherà certamente di avvenire. In realtà voglio soltanto far riflettere.

6. Per capire che cosa sono oggi Destra e Sinistra non bisogna rivolgersi ai difensori “idealtipici” della permanenza della dicotomia, nei termini valoriali delle categorie dello Spirito, alla Marco Revelli. Bisogna leggere i difensori del sistema come Antonio Polito (cfr. Corriere della Sera, 25 febbraio 2012). Polito dice apertamente che la competizione politica può oramai avvenire solo sul presupposto, dato per scontato, dei vincoli del modello neoliberale di economia globalizzata. Il resto è un agitarsi inconsistente, dal pagliaccio Vendola a Forza Nuova. Questo è il nostro destino.

Che cosa propongono i “sinistri” ancora in attività, da Andrea Catone a Giacché a Brancaccio? Un rilancio del keynesismo e della spesa pubblica in deficit dentro l’Unione Europea? Una ennesima messa in guardia contro i pericoli del razzismo, del leghismo, del populismo? Una globalizzazione alternativa dal volto umano? Ora che il Grande Puttaniere non occupa più il centro della scena con cosa si continuerà a babbionare il tifo sportivo identitario del popolo di sinistra?

Se si legge il documento “Cina 2030” della Banca Mondiale, recentemente presentato a Pechino, si vedrà che la dittatura degli economisti si estende al mondo intero. Le ricette sono le stesse. Ora, la rivoluzione non è matura, e non è certo all’ordine del giorno, sia nella variante stalinista (Rizzo) che in quella trotzkista (Ferrando). Ma neppure il riformismo è all’ordine del giorno, perché il riformismo implica sovranità dello Stato nazionale. E allora? C’è ancora chi si balocca con il comunismo contro il fascismo o con il fascismo contro il comunismo? Oggi il nemico è la dittatura degli economisti neoliberali. Con essa non si può fare nessun compromesso. Questo è il primo passo. I successivi, se si fa questo primo passo, potranno seguire.

Sulla votomania compulsiva

E’ probabile che l’americanizzazione integrale e radicale (altro che europeismo!) portata dal governo Monti e dalla sua dittatura di economisti porti a una diminuzione della partecipazione elettorale degli italiani, che dopo il 1945 ha sempre avuto livelli di delirio. Questa votomania compulsiva, evidente fra gli anziani, è legata alla contrapposizione DC-PCI, ed è rimasta come “lunga durata” anche nel periodo craxiano, prodiano e berlusconiano. Ma oggi che lo Stato non dà più niente e prende soltanto dovrebbe diminuire, ma purtroppo non abbastanza. C’è sempre spazio per i Casini, Veltroni, Vendola, eccetera.

A fianco della diminuzione probabile della votomania compulsiva, si nota un secondo aspetto della americanizzazione, il declino della politica estera come oggetto di dibattito. Negli USA è normale che la gente non sappia neppure dove sia l’Afghanistan, l’Iraq o la Siria, il cui bombardamento è delegato a esperti specializzati. I tempi in cui tutti erano informati della Corea e del Vietnam sonmo passati, per ora irreversibilmente. L’intera classe giornalistica, senza nessuna eccezione, è diventata una “gioiosa macchina da guerra” di menzogne integrali.

Al tempo della guerra del Golfo del 1991 c’era ancora discussione, poi non più. Ci fu quella che Carl Schmitt definì in latino reductio ad Hitlerum, cioè riconduzione al feroce dittatore di tutti i mali della società, unita con l’invenzione (questa invece di origine di “sinistra”) di tutto un popolo unito contro un dittatore. I popoli furono mediaticamente uniti contro sempre nuovi Hitler nemici dei diritti umani. Il gioco cominciò con Ceausescu, poi con Noriega, Saddam Hussein, Ahmadinejad, Milosevic, Gheddafi, adesso Assad. La storia fu abolita e al suo posto si insediò un canovaccio di commedia, sempre lo stesso: i Popoli uniti contro il Feroce Dittatore; il Silenzio Colpevole dell’Occidente; i Dissidenti “buoni” cui è riservato il diritto di parola. In un anno di televisione manipolata non ho mai sentito intervistare un solo sostenitore di Assad, eppure la Siria ne è piena.

Solo quando il gioco si fa duro, ha senso che i duri comincino a giocare. Fino a che regna la pagliaccesca simulazione italiana Destra/Sinistra le cose saranno sempre come quegli incontri americani di catch in cui è sempre e solo tutta scena per i babbioni spettatori.

Stato nazionale, sovranità nazionale, programma solidale e comunitario, no alla globalizzazione in tutte le sue forme e alla sua dittatura di economisti anglofoni!

 
Costanzo Preve

TROIKA: i vostri risparmi di una vita

troika

Ognuno di noi, nella grande maggioranza dei casi e nei casi più fortunati, ha qualche piccolo tesoretto da parte per assicurarsi una sopravvivenza nei casi più nefasti di questa truffa chiamata Europa.

Se ricordate ci fu un caso, qualche decennio fa (9 luglio 1992), in cui un baldanzoso quanto irritante economista e ministro italiano, il tristemente famoso Giuliano Amato, dispose un prelievo forzoso sui conti correnti attivi del 6% per “interesse di straordinario rilievo”. Il particolare più sim(anti)patico fu la retroattività della norma, azione spudoratamente anticostituzionale. Naturalmente tutto questo con il plauso di tutta la cupola mafiosa residente sugli scranni. Il nostro vispo Giuliano Amato, con la successiva manovra “pazzesca” di 93.000.000.000.000 lire (leggasi 93mila miliardi di lire) intendeva porre rimedio al pauroso vuoto dovuto al debito pubblico (quel vuoto oggi è di circa 2200miliardi di euro pari a 4.259.794.000.000.000 (leggasi circa 4milioni di miliardi di lire). Un vero economista (per la tasca sua) il nostro Amato, vero? Aveva capito tutto e aveva realizzato il “suo” interesse”. Ad oggi il nostro simpatico stronzetto riceve una pensione e un vitalizio per un totale di circa 1000 euro al giorno (pari a circa 2milioni di lire al giorno….provate a spenderli!).

Dopo questi ricordi indimenticabili, veniamo ai nostri giorni, Avete presente la Grecia? Sapete cosa succede  Cipro? Bene, tra poco avremo anche noi da fare i conti con un prelievo forzoso e senza che potremo fare nulla. Magari sarà un piccola suppostina dolce che allieverà per qualche minuto il peso del debito pubblico, ma non servirà praticamente a nulla. Anche se ci prelevassero il 30% dei nostri averi, sarà come somministrare una aspirina ad un malato terminale di tumore celebrale. Al massimo servirà a deprimere ulteriormente i consumi, le persone inizieranno a non far girare più il denaro determinando un crollo verticale di tutto l’apparato economico. Affermava Churchill “Una Nazione che si tassa nella speranza di diventare prospera è come un uomo in piedi in un secchio che cerca di sollevarsi tirando il manico.”

Cosa facciamo dei nostri soldi? Li lasciamo nelle banche come vergini sedicenni allo sbaraglio mentre stiamo per essere invasi dai barbari mongoli? Ormai la maggior parte delle proprietà immobiliari e mobiliari registrate (parlo della gente normale e non di coloro che hanno amici, amici degli amici, amici degli amici degli amici, nell’apparato statale. Quelli possono stare tranquilli fino a quando non arriverà la rivoluzione) hanno avuto la benedizione da Equitalia e non sono più a nostra disposizione. Non ci resta che trovare un riparo per i nostri risparmi. 

Sicuramente non ce li possiamo portare all’altro mondo, al massimo possiamo lasciarli ai nostri figli, se prima non ci mandano a fan@@lo andandosene da questa “merdaccia” di paese, parafrasando Fantozzi. Potremmo investirli? Si, ma come? Se acquistiamo appartamenti ci vengono pignorati da Equitalia, se acquistiamo polizze assicurative corriamo il rischio di vedercele deprezzate non appena accadrà l’inevitabile all’euro. Cosa fare?

Un suggerimento: riacquistiamo sovranità che ci sono state sottratte da questo stato assassino. Potremmo iniziare a prenderci in cooperativa un terreno, impiegare qualcuno dei nostri figli disoccupati e iniziare a produrre alimentari in proprio. Inizieremo ad avere la piena disponibilità di frutta, ortaggi, legumi, verdure senza importarle dalla Cambogia, o dal Burkina Faso. Potremmo mangiare ciò che abbiamo coltivato e l’interesse sul nostro denaro investito sarebbe di gran lunga superiore a quello spaventoso 1% che potrebbero darci le banche. Nel giro di pochi anni avremo risparmiato denaro abbastanza e ci saremo resi indipendenti e “sovrani” della nostra alimentazione. Potremmo creare una cooperativa per l’installazione di pannelli fotovoltaici e renderci indipendenti dalla rete elettrica. E perchè non creare una cooperativa che gestisca mezzi elettrici a disposizione dei soci della cooperativa? Ci pensate? Non dovremmo più acquistare frutta, verdura, ortaggi, forse nemmeno la farina (potremmo creare un mercato di scambio tra cooperative), non dovremmo più pagare bollette di luce, non dovremmo più pagare carburanti. 

Spegnete il televisore, chiamate il vostro vicino e iniziamo a parlarne. Naturalmente tutto questo potrebbe essere rielaborato con il confronto con altra gente. Potrebbe essere sviluppato e magari avere la soluzione a portata di mano entro brevissimo tempo. Non abbiamo bisogno di grandi somme, basterebbe poco per ciascuno e un po’ di cura nelle attività da svolgere.

Questa sarebbe la vera rivoluzione, una rivoluzione silenziosa, una rivoluzione pacifica, eppure con un fattore deterrente spaventoso. Un domino che spazzerebbe via il sistema bancario entro brevissimo tempo. Ritirare soldi dalle banche e iniziare a produrre beni (non merci, ma beni. Se non capite provate a guardare qualche filmato di Maurizio Pallante e poi ne riparliamo). Evitando accuratamente di fare circolare denaro (carta straccia) e facendo circolare idee mettendole in pratica)

Questo ed altro ancora è tutto frutto di militanza in Insorgenza Civile. Io ci credo, ma sono pronto a rimangiarmi tutto se riuscite a dimostrarmi il contrario.

Brigante Peuceta

Link:
Insorgenza Civile – Bari

GIULIANO AMATO

Decrescita Felice